Il dramma di Monica
di Giovanni Pasetti
Monica lavorava nel grande ufficio di una città lontana, cercando di affrontare nel migliore dei modi una serie di esperienze impreviste.
Alle nove di mattina stava smistando un gruppo di fatture che invadevano il suo tavolo con assoluta protervia; il dottor Ansi, intanto, si muoveva allegramente fra le scrivanie e gli armadi, simili all’arredo di un’aula ingrigita da un sistema di riscaldamento fuligginoso. Il dottor Ansi era stato suo amante per tre giorni interi, a pochi mesi dalla data di assunzione. Lei aveva scelto così per dimenticare l’attimo di smarrimento vissuto nello scoprire che il suo ragazzo l’aveva tradita. Il suo ragazzo ne aveva parlato, ma in tono cattivo, l’aveva detto così, come spiegando un fatto simile a tanti altri. Monica, lasciandolo, aveva capito due cose: aveva capito che il sesso era un argomento da risolvere in modo diverso dal solito; aveva capito, inoltre, d’essere dotata di una sorprendente virtù premonitrice.
Infatti, un’ora prima che il ragazzo iniziasse a raccontare, aveva colto, guardando nel buio casualmente steso a recintare una camera accanto, aveva colto un dubbio sulla fedeltà d’amore e aveva visto un uomo che baciava con passione una donna, non riconoscendo l’uomo. Così, anche da bambina, sensazioni uguali l’avevano dominata, presagi che purtroppo non aveva sfruttato, come l’intuizione che la zia stesse per cadere rovinosamente dall’albero delle mele. Infatti...
Il dottor Ansi sembrava comunque fiero della sua conquista, e ricordava ancora con un fremito di angoscia l’abilità di quella ragazza che lui, solo a stento, era riuscito a respingere dalla propria vita, innamorandosene quasi. Le sorrideva con aria furba, un’abitudine appresa senza una vera volontà, per ingannare il tempo di un’attesa imbarazzante. E le sorrise di nuovo, quella mattina, non prevedendo affatto il formarsi di uno strano pensiero fra i molti di Monica.
Monica iniziò a vistare la prima serie di parcelle, usando il facile automatismo che le rendeva leggero il lavoro, un automatismo che, tuttavia... Era in momenti simili che la premonizione saliva, inattesa, dimostrando all’improvviso l’evidenza di un evento, come se fra tutte le cose del mondo una piccola quota venisse destinata in dono a lei prima di mostrarsi definitivamente. Vide se stessa alzare un braccio, tenendo tra le mani qualcosa, qualcosa che si rivelava essere un’arma puntata verso un’altra figura. E, apparizione ancora più sconvolgente, vide stagliarsi, nello spazio aperto da una finestra là all’orizzonte, il fungo di un’esplosione atomica. Un mostruoso bagliore, e un altro, e un altro, e un vento tempestoso che li raggiungeva tutti annullando i loro corpi, mentre gli occhi guardavano i fogli di un calendario e una data, il 10 ottobre. La parcella che stava tenendo fra le mani era del 10 settembre, ma il timbro della busta spedita il giorno prima recava la dizione neutra di martedì 25 settembre.
"Oggi è mercoledì, signorina Monica. Dovrebbe correre alla posta per ritirare quel vaglia. Presto, se vuole fare in tempo."
Monica mosse la testa. Il dottor Ansi la fissava, vagamente preoccupato.
"Signorina, non si sente bene?" Temeva d’essere ricattato da un momento all’altro, prima o poi. Le cinque colleghe di Monica si fermarono insieme, seguendo un tacito accordo. Tutte sapevano, e tutte pregustavano una scenata, una lite, e l’imbarazzo che ne sarebbe seguito. La più vecchia, la ragioniera, stava terminando lentamente di fare la punta a una matita. La sua bruttezza le aveva impedito altre soddisfazioni, e la sua intelligenza veniva utilizzata per godere delle situazioni scabrose in cui gli altri venivano a trovarsi; gli altri, queste divinità gaudenti che tendevano a realizzare ogni minimo piacere.
"Non avrei mai dovuto mettermi con una segretaria di questo ufficio" pensava il dottor Ansi "non ho ascoltato i consigli degli amici."
Monica si ricordò del suo ragazzo perduto. Era tanto bello, aveva riccioli morbidi e femminei; era forte, sapeva parlare alle donne. Tutto finiva, l’innocenza, la speranza, la giovinezza. Solo la fatica sopravviveva. Ma, se davvero doveva venire la guerra...
"Non è niente, dottore, solo il mal di testa. Corro subito alla posta."
Indossò il suo giubbino nuovo di pelle, adatto a proteggerla dalla temperatura inclemente di quel settembre in bilico fra autunno e inverno; scendendo per le scale, non potè fare a meno di incrociare la robusta immagine del portinaio, che le si avvicinò nascondendo intenzioni sordide.
"Bella giornata, signorina. Un poco fredda, se vogliamo."
"Un poco fredda, sì. Mi lascia passare?"
"Subito."
Bastava un contatto per esaudire le voglie del portinaio. Indifferente, il corpo di Monica aveva appreso a isolare i suoi centri sensori di fronte alle profferte di qualsiasi uomo. Era la sua vita a isolarsi, trascurando d’essere pur sempre un centro d’attenzioni, attenzioni basse, deviate a fare mucchio con altre, le migliaia che affollavano il panorama sociale. "Crediamo forse d’essere felici? Crediamo di non poter spendere meglio le nostre ore? In Cina, forse." Il suo ragazzo era quasi comunista, un genere di comunismo quieto e indolente che non riusciva certo a spaventarla, così come non poteva accendere il turbine di gente che si addensava fra l’ufficio e la posta, accorrendo a riempire ogni angolo del mattino. I loro volti non sembravano rilassati, anche se nulla dipendeva dalle azioni svolte in quei minuti. Ma, se i missili avessero raso al suolo le vie, allora, fra l’ufficio e la posta...
Iniziò a seguire disciplinatamente la fila. Non conosceva nessuno. Gli amici del suo amore erano spariti tanto rapidamente quanto lui, fantasmi evocati e fuggiti, scomparsi davvero nel nulla, oppure scappati lontano dopo un rapido saluto scoccato dal marciapiede opposto. Temevano forse che lei li divorasse, che lei si infuriasse? Erano i misteri della complicità maschile.
"Monica, Monica." Una compagna di discoteca (alcune notti prima, in cerca di uno svago) le buttò le braccia al collo. Era satura di profumo, e il rossetto le proteggeva la bocca dall’aria.
"Non ti bacio perché non ti voglio sporcare. Lo sai che Niki mi ha telefonato? Mi ha chiesto di te."
"È un ragazzo?"
"Naturalmente. Non ti ricordi? L’hai guardato e mi hai detto, questo ti telefonerà."
"Sì, ora ricordo. E questa telefonata..."
"Lo vediamo domenica. Ci portano a pescare."
"Saremo noi la pesca?" L’amica rise, subito scusandosi perché se ne doveva andare, allontanandosi con un rumore di orecchini tintinnanti. Monica incominciava ad apprezzare la sosta; capiva che in quella città fare la fila era la principale occasione di incontro, almeno fra donne, perché lei degli uomini non sapeva nulla. Gli uomini... Li avrebbero mandati a fare la guerra, tutti? Ma vide i soldi scorrerle fra le mani, e non rimpianse più gli amori trascorsi. Approfittando del traffico assillante, si fermò davanti a una vetrina per valutare l’acquisto di una maglia che le piaceva molto.
Fra i negozi e l’ufficio la sera scese rapidamente. Le colleghe si radunarono intorno a lei, cercando di smuovere con domande velate e insistenti la sua reticenza. Avrebbe fatto quella famosa scenata? Si sarebbe vendicata della vigliaccheria del dottor Ansi? Monica non pensava d’avere il diritto di vendicarsi di alcunché.
L’autobus notturno la cullava in un moto ondeggiante, aprendosi strada nella periferia. Lei leggeva un giornale di taglio e cucito, memore della buona educazione impartita da una madre risparmiatrice. Il giornale sfogliato dal signore del sedile accanto (un giornale notturno) riportava voci di turbamenti internazionali. E, se non fosse stato per quel presagio che insinuava la propria forza attraverso i confini incerti della mente, Monica avrebbe badato solo ai turbamenti della sua giovane età, legandosi allo sguardo dell’uomo stupendo che pubblicizzava un profumo maschile.
Abbandonò l’autobus, percorrendo a piedi i cento metri che separavano la fermata dal grande condominio dove abitava, ospite di una famiglia di operai. Un’auto la oltrepassò, frenando con malcelata arroganza.
"Monica, facciamo pace?" Era lui, era il suo ragazzo. Sporgendo la faccia leggermente abbruttita da una barba incolta, cercava un gesto di riconciliazione nella penombra dei radi lampioni.
"Va via, va!" Non voleva dire altro. Ma la macchina, grossa e bianca, le impediva la fuga.
"Avanti, rimettiamoci insieme." Era stupido, fingeva d’essere sicuro di sé benché fosse ormai perso, e non lo sapeva. Monica minacciò di urlare, anche se non riusciva a vedere nessuno a cui rivolgersi. Notò che dopo l’asfalto c’era la ghiaia, e dopo la ghiaia i sassi. Allora ne prese uno, soppesandolo mentre mirava al cofano che insisteva a ostacolarla.
"Monica, sei matta?"
"Le donne sono così. Fammi passare." Osservando il suo stupore, si ricordò che di lì a un mese anche lui poteva essere morto (o malato, o morente), e che quel suo preoccuparsi di un legame futuro era davvero insensato.
"Fammi passare. Ti telefonerò domani." Mentiva, ma quella bugia rese efficace la minaccia. La macchina se ne andò, invertendo rumorosamente la marcia.
I padroni di casa l’accolsero invece con la solita irresistibile allegria, davvero incredibile, considerando la difficoltà della loro posizione, i pochi soldi, l’esistenza che defluiva e si fermava in laghi di miseria garantita. Non avendo figli, quella coppia era probabilmente distratta dai problemi reali, vedendo lei aggirarsi per le stanze spoglie con un certo aristocratico distacco. Qualcuno non si rendeva conto di qualcosa.
"Allora, Monica, come è andato il lavoro?" (Il lavoro era l’oggetto diretto o indiretto di qualsiasi parola. Il lavoro aveva deformato la vita.)
"Bene. E voi?"
"Noi stiamo decidendo uno sciopero. Noi della fabbrica, dico. Non noi, io e mia moglie." Non la scordava mai. Non c’era frase a cui lei non partecipasse.
"Uno sciopero? E contro chi?"
"Contro di noi, naturalmente." Rise, sottintendendo che era la famiglia a pagare le conseguenze di tutto. La moglie infatti annuì, versando il brodo di cipolle. Monica si accostò al tavolo, soffocata dal vapore. Struggentemente, considerò le nebbie dei sobborghi industriali, pensando che non li aveva mai ammirati tanto. Li immaginava abbandonati, lesionati, per metà distrutti; e abbandonati dalla gente, relitti di una civiltà che si disgregava. Si sorprese a pronunciare mentalmente questa frase, avendo coscienza d’essere ormai invasa dalla premonizione. Eppure tentò ancora di frapporre un debole argine, organizzando un gioco. "Ecco, se adesso lui dice una parola che riguarda un disastro, allora è tutto vero. Altrimenti, dimenticherò." Come poteva lui, con quell’aria tanto gioiosa, accennare scherzando a disgrazie?
"Monica, hanno investito il bambino dei vicini. È stato tremendo."
"Chi..."
"Una Mercedes bianca, pare. È scappato."
"Chi?"
"Forse non lo sapremo mai."
Mangiarono, intervallando il silenzio con brevi accenni a un discorso che il silenzio poi si riprendeva senza fatica. I lampioni svettavano ancora, senza che la nebbia li appesantisse. Infine, Monica aprì la porta della sua camera, buttandosi sul letto; una vaga vertigine le impediva di valutare se la sua stanchezza poteva collegarsi all’incontro con il ragazzo, oppure a quelle bombe che stavano riposando nel ventre di aerei, sommergibili, fortezze. Il taglio e il cucito le sembravano ora argomenti da usare per distrarsi, in attesa della catastrofe. Si chiese se non aveva fatto, nel breve tempo della sua vita, qualcosa che avrebbe dovuto assolutamente ultimare, se non aveva insomma un compito da svolgere. Poteva gridare a tutti che si stava avvicinando la fine del mondo, ma non c’erano molte speranze d’essere creduti: il rischio atomico sembrava ormai dissolto. Poteva partire invece per continenti lontani, là dove la radioattività non sarebbe mai arrivata, respinta dai venti divini del deserto. In Africa, nel cuore dell’Africa nera, aspettando l’ondata dei profughi. Ma lei era condannata a vedere il calendario e ammirare intanto le bombe che esplodevano. Quindi, non le era stata concessa alcuna salvezza, e questo le sembrava giusto. C’era qualcuno, sulla terra, che avrebbe voluto salvare? No, o almeno non lì; quella famiglia, forse... Ma erano felici, e sarebbero rimasti così fino all’ultimo giorno, fosse vicino o lontano. Niente poteva infrangere la felicità, quando esisteva. Monica si ricordò allora di suo padre e di sua madre, e pensò che l’insoddisfazione rivestiva la loro vita; non conoscevano il cuore dei problemi, erano sempre vissuti ai margini, protetti da un reddito garantito, dalla rendita di qualche casa spoglia; e suo padre, una volta, si era innamorato di una studentessa, abbandonandole. La madre aveva pianto fino al ritorno del marito traditore, che non aveva osato raccontare nulla del suo periodo folle, come se, insieme, fosse trascorso tutto. Non avevano imparato nulla. Il fratello, invece... Monica aveva un fratello di sei anni più giovane, un fratello che nascondeva un’ambizione. Voleva diventare un cantante, un compositore. Suonava il pianoforte con grazia sgarbata, mettendo a frutto le ore passate a imparare il solfeggio, i primi accordi, e alcune sonate che gli erano sicuramente apparse prive di senso. Per ora inventava canzoni appena accennate, melodie ancora deboli. Lui forse meritava di avere altri giorni per realizzare il suo sogno. Un sogno inutile, che la guerra avrebbe cancellato sul nascere.
"Monica, dormi?"
"No, entra pure."
L’operaio si affacciò alla porta, timido. "Monica, c’è qualcosa che non va? Sei pensierosa."
"Sì..."
"Perché? Non ti trovi bene qui?"
Monica sorrise. "Sono solo un poco stanca. Ho deciso di prendermi una settimana di vacanza. Andrò a trovare i miei."
Lui taceva, come se la vera famiglia di Monica fosse ormai la sua. Infine ammise "Mi spiace vederti andare via. La casa sarà diversa."
Monica sorrise: "Tornerò." Doveva tornare. Se avesse aspettato troppo, il giorno della strage avrebbe coinvolto senza rimedio i genitori e il fratello. Così, invece, fuggendo lontano prima della settimana del 10 ottobre, c’era una debole speranza che l’esplosione li risparmiasse.
Aveva scelto di percorrere in corriera i cinquecento chilometri che la separavano dalla sua città natale. Svegliandosi non salutò nessuno, preferendo lasciare come segno d’affetto una caffettiera colma e calda sul fornello. A piedi, trascinando una valigia piena di ogni cosa, abbandonò le strade deserte con un immotivato piglio da trionfatrice. Respingeva il sonno, quasi dedicandosi alla registrazione lucida degli eventi, temendo d’essere sopraffatta nuovamente dalla premonizione. Salì, notando che il bigliettaio aveva dimenticato di assestarsi i capelli in modo decoroso. Era troppo presto. Guardando fuori, scopriva i primi alberi della campagna che si inchinavano alla pesantezza dell’alba, non rossa né viola ma piuttosto azzurrina, immemore del sole.
"Hai sentito i risultati?"
"I risultati delle partite?"
"Ma no, i risultati delle elezioni."
"No."
"Signorina, vuole leggere il giornale?"
"Grazie, lo dia pure al suo amico."
"Il mio amico... Guardi, adesso dorme."
"I risultati non lo interessavano." Così commentando, Monica esaminò le mani sporche del suo interlocutore. Era un uomo invecchiato precocemente, lo si capiva dalla faccia avvizzita da bambino. Un contadino, forse?
"Signorina, lo sa che io una volta ero il bello del paese?"
"Davvero?"
"Lei non ci crede, adesso. A me restano solo i ricordi, perché dopo è venuta la fatica, e io non ci pensavo, prima. Avrei dovuto sposare una donna brutta e ricca."
"Già."
"Resta la vita, e il tirare avanti..."
Cosa poteva sopravvivere, di una civiltà intera? Monica ammirava la processione di studenti lungo la via, bambini con gli occhi rivolti ai campi, in cerca della liberazione. Ignorava i modi della nascita di quell’oggetto chiamato civiltà; associava questa parola all’educazione, al garbo, alla gentilezza, e non si capacitava del motivo che aveva condotto lei a essere l’unica testimone del disfarsi del meccanismo. Perché, se la premonizione era apparsa, doveva certo incombere già sul mondo, e mostrarsi incombente così, sulla corriera.
La corriera si fermò. C’era una lunga fila di macchine che ostacolava il passaggio, e una motocicletta rovesciata accanto all’argine. L’incidente che richiamava tanto interesse aveva coinvolto una coppia di ragazzi trasandati, vestiti quasi con disperazione. Proposero all’autista di portarli fino alla prossima città, abbandonando il loro mezzo fra l’acqua e l’erba. Trovarono due posti liberi proprio vicino a lei, che li considerava con pigrizia. Il ragazzo la squadrò aggressivamente.
"Un incidente, un maledetto incidente."
Monica rispose: "L’ultimo incidente."
"Perché, l’ultimo incidente?"
"Perché presto verrà la fine di tutto."
La ragazza si preoccupò. Aveva addosso una camicia a scacchi che sembrava aver rubato in un ospizio. Disse: "Ne sei sicura?"
"Certo."
"Ma a te, chi l’ha detto?"
"Nessuno. Lo so."
I due si guardarono come se in quel momento avessero compreso, e la rivelazione non li ferisse troppo. "Roberto, cosa possiamo fare?"
"Forse possiamo pregare."
Pregare. Certo, Monica non aveva ancora trovato il coraggio di pensare alla speranza in modo concreto. Non era abituata a frequentare le chiese, e non credeva di trovare proprio allora la forza di tornare indietro, perché di questo si trattava. Sentiva infatti che la preghiera avrebbe invertito il moto delle cose, preannunciando un nuovo inizio in ogni fine, saldando il giudizio al compimento. Ma non voleva permettersi questo, nel timore che un circolo fatato distruggesse la sua determinazione.
"Riposiamoci, Roberto. Dormiamo e preghiamo."
Invece scesero, arrivati ormai alla meta. Monica tentò di ricordare una canzone composta dal fratello, che le impedisse di guardare, guardare e guardare soltanto. Erano quattro note e una voce che le intonava: "A parlarti d’amore è il mio ricordo / e a parlarti di me è il mio dolore". Do si re, la do si, re do...
Il sole tramontò così rapidamente da far sorgere il sospetto che fosse quella la sera fatale; qualche nuvola si sfilacciava, portata dalla notte, e qualcuno si nascondeva aspettando il freddo. Lei si raggomitolò, mostrando appena un pezzo di gamba che spuntava dalla maglia arancione, tesa a coprirla. L’autista aveva deciso di non fare più soste e il bigliettaio dava consigli a una signora. C’era in quelle parole un tentativo di avvicinarsi, un voler provare e un rimanere fermi lì, a metà. Un bacio sarebbe stato goffo, sarebbe valso a determinare un confronto troppo aperto, anche se a un confronto comunque si assisteva. L’esistenza sembrava precisarsi nelle vicinanze di questi impatti, talvolta soffici, talvolta laceranti; ma si scopriva presto che gli scontri si risolvevano sempre in parità, e che da molti anni mancavano le grandi vittorie. Il bigliettaio arretrò, anche lui confuso dall’incerta prospettiva di un gesto risolutore, timoroso d’infrangere quella rete che, evidentemente, un personaggio misterioso si curava di tessere senza aver ricevuto alcun consenso. Monica valutò l’opportunità di una provocazione decisa; conoscendo la data della morte, cosa poteva ancora perdere? Prospettò a se stessa ore di passione, interminabili imprese libertine, per tutti gratuite e inspiegabili, per tutti fuorché per lei, la sola. Eppure... Non c’era azione capace in verità di infrangere i costumi, e qualsiasi rivolta portava con sé l’impronta della statua da abbattere. C’erano infatti statue, e statue di statue rotte; la spaventò di nuovo l’immagine del cerchio, atterrita dall’idea che gli uomini avrebbero continuato a coltivare la normalità fino al momento estremo. L’ultima distruzione non avrebbe cambiato nulla, così come le stelle del cielo erano comunque fisse, benché sfuggenti a cataclismi di galassie in fiamme.
"Signorina."
"Sì?"
Era un’anziana signora a disturbare la sua quiete di messaggera del destino; aveva tanti capelli bianchi, radunati in cima alla testa da un fermaglio di tartaruga. E agitava la mano, resa scarna da una magrezza sovrabbondante, in modo tale da richiamare subito su di sé l’attenzione.
"Mi può dire che ora è, per gentilezza?"
"Sono le otto e venti."
Quasi disturbata dalla prontezza della risposta, la vecchietta attese un attimo prima di esclamare "Ah, così tardi! Di solito dormo già da un pezzo." Voleva conversare, era evidente; la domanda non era che un pretesto. Monica non riuscì a sottrarsi a quella volontà, anche perché non era più in grado di evitare nulla.
"Speriamo di arrivare in orario. Mia figlia verrà a prendermi domani mattina, e farà tardi al lavoro."
"Lei ama sua figlia, signora?" Si guardarono. Gli occhiali della donna riflettevano piccoli punti di luce.
"Certo, le voglio bene. Anche se..."
"Anche se?"
"Anche se non la vedo mai, e la mia vita si allontana dalla sua. Lei non ha tempo di telefonarmi."
"Dovrebbe trovarlo, invece."
"Lei dice così perché sua madre sarà ancora giovane. I vecchi sono un peso. La gente crede che noi non possiamo raccontare a nessuno niente di buono."
"Forse avete già parlato di tutto."
La signora sorrise. "È naturale, non sarei capace di dare consigli a una ragazza. Sapete più di quello che sapevamo noi, e le cose non si imparano frequentando una scuola."
"Potreste darci un consiglio per evitare la guerra."
"La guerra?"
Monica appoggiò la testa alla salvietta di lana azzurra che la vecchia avvolgeva intorno a sé. Le sarebbe piaciuto essere confortata.
"Ragazza mia, la guerra è un fatto che non si dovrebbe nemmeno nominare. Mio marito è morto in guerra, nel ’44. Era fascista, e l’hanno ucciso. Era stupida quella guerra, terribile; non c’era posto dove sentirsi sicuri. Mio marito l’hanno ammazzato dietro casa, in un vicolo."
"La prossima guerra cancellerà il mondo."
"Dicono..."
Quell’intonazione dubbiosa disturbò Monica. Il viaggio perdeva di senso, ogni azione si faceva insignificante, sommersa dal fiorire del caso. Doveva risolversi finalmente ad agire, costruendo fatti che divenissero barriere, che la separassero definitivamente dal normale flusso della vita.
La vecchia si assopì all’improvviso, così come tutti gli altri passeggeri, che nuotavano ormai nell’oblio, rimandando l’arrivo all’alba. Le luci si attenuarono e rimasero solo dei piccoli fari sopra le teste a testimoniare che il viaggio continuava comunque, guidato dall’autista assorto. Il bigliettaio chiuse, come tutti, gli occhi. Monica scelse, uccidendo nel sonno la garbata signora. Si portò al suo fianco, con grazia attenta; esaminando la stoffa dello scialle, l’avvolse con premura attorno alla bocca semiaperta e al naso. Quindi tenne stretta la fragile preda, impedendole il respiro.
Passò un minuto, senza che nulla si muovesse; passò un altro minuto, e ci fu un fremito. Era come una piccola bestia che fugge, un opporsi appena accennato alla forza che causava la morte. Quindi, più nulla. Monica tornò al suo posto, provando per la prima volta la sensazione strana di aver raggiunto un certo equilibrio a spese del mondo, un equilibrio che ora la rendeva superiore, quasi un attimo prima avesse inghiottito l’anima della vecchia. Si addormentò, promettendo a se stessa di svegliarsi per tempo, in modo da abbandonare la corriera prima del previsto, quando ancora la notte era tanto grande da ricoprire e nascondere le cose. Così, la bomba avrebbe trovato una persona in meno da rapire, una persona in meno che si sarebbe stupita di quell’immenso bagliore, un applauso in meno...
Monica si addormentò. La corriera scendeva lungo un’autostrada piacevolmente inclinata a scoprire la valle della sua città natale. Erano le cinque della mattina quando un avviso interno la svegliò, costringendo qualcosa a scattare, una voce ormai fusa nel profondo. E si ritrovò seduta su un muretto che recintava una casa e un bar per il momento chiusi.
Le sue gambe ciondolavano nel vuoto, mentre lei fissava una guglia lontana che le ricordava forse vittorie infantili. Telefonò alla madre, non curandosi dell’ora. "Mamma, sono Monica. Volevo farti una sorpresa, sono qui. Qui, a dieci chilometri."
"Monica, bambina mia! Corro subito."
Non era bello che nel paese ci fosse tanto reciproco affetto? Era difficile riconoscerlo, se non interponendo una distanza astrale tra i sentimenti e la loro manifestazione, tra l’impeto di un cammino irrinunciabile e il riconoscere questo cammino. Monica pensò che la maggior parte delle azioni di valore veniva svalutata dalle famiglie per gelosia, appunto perché il loro valore sovrastava l’affetto. Non l’avrebbero mai perdonata se avesse tentato di salvare l’umanità intera, se avesse gridato, implorato, pianto di fronte agli uomini. Le avrebbero invece perdonato un omicidio, quell’omicidio. Se si fosse pentita.
"Mamma, ciao." Pronunciava le parole con intonazione fredda, pensando che non era il caso di assecondare un sospetto già nato nell’intelligenza contorta della madre.
"Monica, abbracciami."
Eseguì, chiedendo subito "Papà non è venuto?"
"È a casa che ti aspetta. Ha un giorno libero, ma non se la sentiva di spostarsi nella nebbia. Sai, ha tanta paura delle macchine dal giorno dell’incidente."
"Non me ne ha mai parlato. Lui..."
"Illeso. Miracolosamente illeso. L’automobile era un cartoccio di lamiere, e a lui è rimasto solo questo grande spavento. Va al lavoro a piedi, ormai."
La nebbia si apriva per lasciarle passare, e Monica apprezzava la guida materna. Credeva d’essere pronta a iniziare con lei un lungo discorso risolutore, anche se non immaginava il modo in cui il discorso avrebbe potuto svolgersi, in realtà. Si trattava di superare troppe preclusioni reciproche. Ma le piaceva vedere quel temperamento moderno mostrarsi, quello scatto che una volta mancava. Sarebbe sopravvissuta all’onda? Sarebbe bastato essere moderne?
"Ci sono delle ragioni particolari, mamma, che mi hanno spinta fin qui."
"Sì? E quali? Hai lasciato il tuo ragazzo?"
"Sì, l’ho lasciato."
"Come mai?"
"Mi aveva tradita."
La donna mosse il volante, curvando per una via secondaria che rasentava un fossato ampio dove, da bambina, Monica aveva giocato alla principessa in balia dei pirati.
"Questo non è un motivo sufficiente, lo sai."
"Probabilmente per me lo era." Sbagliava a ripetere queste osservazioni falsamente neutre, senza avere il coraggio di muovere le pedine della situazione.
La madre sorrise. "Certo, la vostra generazione è molto più intransigente della mia. Come ricorderai, io ho riaccolto tuo padre senza problemi. Non volevo punirlo, perché avrei punito anche me stessa."
"Nemmeno io volevo punire il mio ragazzo, ma ho dovuto lasciarlo. Lui non aveva nessuna intenzione di scusarsi, e poi..."
"E poi?"
"Ho scoperto di avere delle premonizioni."
La madre rise. "Questo lo sapevo già. Quando avevi quattro anni mi hai detto che mi sarebbe nato un maschio."
"Sì? Ero una maga."
"Che altre premonizioni hai avuto?"
Le sarebbe piaciuto sfogarsi, e dire tutto. Invece era costretta a tacere. "No, così... Mi è venuta voglia di vedervi."
"Hai fatto bene."
Arrivarono alla vecchia casa da cui era partito, un giorno, il viaggio. Il padre si affacciò alla porta, perdendo un poco la sua consistenza di genitore in un sorriso ebete. Era diventato vecchio e la mano gli tremava, seminascosta dall’impermeabile. Era dominato dall’incertezza, quell’incertezza che l’aveva seguito per tutta la vita, e che ora si impadroniva, trionfante, della sua persona. "Monica, bambina mia."
Quante volte l’aveva chiamata bambina? Certo non molte, e nel ricordo queste occasioni si perdevano assolutamente, quasi che l’infanzia di Monica fosse stata avvelenata da frasi insignificanti. Ma, stringendola, il padre si riscattò subito, esclamando "Mi sembra quasi che tu sia tornata dalla guerra."
"Dalla guerra? Cosa dici, caro?" Monica era ammutolita, scoprendo che la dote della premonizione aveva dormito per anni nella mente di quell’uomo, e che da lui si era trasmessa a lei, affinché si affinasse e da ultimo esplodesse.
"Vieni dentro. Stefano sta ancora dormendo."
"Non ha scuola oggi?"
"Sì, l’avrebbe. Ma si sentiva la febbre, e se l’è provata così spesso da farsela venire sul serio."
"Lo viziate come al solito."
"Hai ragione."
Scoprì di rammentare della casa soprattutto i colori, quella tonalità sgradevole di panna acida che invadeva le pareti seppellendo ogni particolare altrimenti vistoso, degradandosi in tinte ancora più dubbie intorno alle macchie di umidità. Era tutto fragile e corroso. Monica non comprendeva come un ragazzo riuscisse a non soffocare, lì dentro. "Potreste anche ridipingerle, queste stanze."
La madre rispose, rassegnata, "Cambiare, sì, ma cambiare per cosa? Ci sarebbero tanti altri particolari, allora, da rivedere."
Specialmente pensando che di lì a un mese nemmeno una pietra sarebbe rimasta. Monica impallidì: era sua intenzione salvarli, fuggendo lontano. Ma la bomba, proprio lontano poteva scoppiare, e lei non aveva modo di prevenire con sicurezza la distruzione. Perché le era stato concesso il dono della profezia?
"Monica, stai male?"
Ribellandosi a questo nuovo timore, lei li respinse. "Voglio salutare Stefano. Salgo in camera."
"Certo, cara."
Monica salì, e vide la porta della camera da letto dipinta di rosa. Quel segno assurdo le ricordava che lei stessa aveva dormito lì, prima di Stefano. Dopo, si erano dimenticati di trasformare il rosa in azzurro, credendo che il primo colore avrebbe ugualmente protetto il nuovo bambino. Bussò, e una voce assonnata e seccata rispose "Mamma, ti ho detto che a scuola non ci vado."
Divertita per l’equivoco, entrando riconobbe il corpo del fratello avvolto a sacco sotto il piumino. "Stefano, sono io." Una testa spettinata saltò fuori con veemenza. L’espressione irata si trasformò con ingenua immediatezza in un atteggiamento dubbioso.
"Monica. Cosa fai qui?"
Lui aveva sempre pensato che lei fosse quella con il coraggio di lasciare tutto per non più ritornare. L’aveva dimenticata, in un certo senso. Monica si spinse avanti, fino a sedersi vicino alla sponda del letto, un letto piccolo, inadatto a un adolescente che cresceva rapidamente. "Quanto sei diventato grande, Stefano! Quasi non ti riconosco."
"Sì... Senti, perché non mi lasci dormire?"
Era scostante, come sempre. Nessuno poteva dire se questo era il tratto del carattere di un giovane genio, o non piuttosto il sintomo consueto dell’arroganza tipica dell’età. A vederlo così, vagamente raffreddato, con le guance rosse per la rabbia, appariva più bambino di quanto in realtà fosse. Veniva semplicemente da ridere, veniva voglia di dargli una sberla affettuosa in testa. "Stai tranquillo, non cerco di mandarti a scuola."
Rasserenato ma ancora sospettoso, Stefano la squadrò con aria di sfida. "Cosa ci fai tu, qui?" ripetè. Monica pensò per un attimo di dirgli la verità, ma solo metà di questa riuscì ad uscirle di bocca.
"Sono venuta per ascoltare le tue canzoni." In fondo alla camera si notava un piano, piccolo anch’esso come tutto il resto. Era sempre lo stesso pianoforte, quello che gli avevano regalato per il dodicesimo compleanno e che da allora non era più cresciuto. Anche Stefano lo stava guardando. Disse con riluttanza "Non suono più molto."
Monica rabbrividì, e sperò con tutte le sue forze che quella fosse solo una bugia crudele. "Non è vero."
"Vero, non vero, cosa importa?"
Lei lo prese per le braccia e lo scosse. "Stefano, smetti di fare i capricci. Hai sedici anni."
Il ragazzo sembrava stupito. "Che vuol dire questa novità? Non ti sei mai curata molto di quel che sono." Era diventato tremendamente serio, e ora si riconosceva come quell’ombra sul viso fosse il segno di qualche virtù che si stava disperatamente mimetizzando, troppo seria per essere consueta, troppo lontana dall’evolversi normale. Lui soffriva. Ma, rapito da quell’improvviso interesse, rispose "Il piano suona male. E a me passa la voglia."
"Non ci credo."
"Credi pure a quel che ti pare.". Si rituffò nelle coperte, nascondendosi completamente. Monica sentì che una voce li chiamava.
"Monica, non scendi per la colazione?"
"Sì, mamma. Ma solo se viene anche Stefano."
Nulla si mosse sotto la coperta e lei continuò a insistere, seguendo un suo progetto, il segmento di un progetto. Accarezzò il piede nascosto del fratello, contando sull’irritazione che questa mossa avrebbe causato. Il cuscino infatti volò nell’aria, e quell’essere quasi alieno si alzò con una rapidità che smentiva ogni pretesa malattia. "Vengo giù con te solo perché non ti sopporto. Ma non andrò a scuola."
Monica sorrise. Voleva approfittare di un momento di distrazione collettiva per verificare se in quella stanza c’erano ancora canzoni.
Mamma era uscita a fare la spesa e papà aveva convinto Stefano ad iniziare una partita a scacchi, stimolando la sua interminabile aggressività. Monica sapeva giocare; ma si smarriva spesso, dimenticando i binari lungo i quali scorrevano i pezzi. La stupiva degli scacchi la regola fondamentale, quella per cui due oggetti non potevano rimanere insieme nello stesso luogo, e ogni incontro era quindi una catastrofe. Approfittò dell’atmosfera di dedizione sacrale che si era creata per salire verso la camera di Stefano e ispezionarla senza alcun rumore. Ricercava le cose perdute, quasi dimenticando ormai l’imminenza della tragedia, vivendo anzi nella tragedia, e ritrovandosi così più libera di contemplare la sequenza delle parole intorno a lei, parole prossime a sbriciolarsi. Frugava nei cassetti, guardando palle da baseball, quaderni, dischi e manifesti come se fossero un muro da perforare per raggiungere l’oro in fondo al fiume. Si spossessava completamente della coscienza, riunendo nello slancio qualche dote tipica di un animale o di una macchina a un desiderio che certamente era solo umano. Le cianfrusaglie del fratello sembravano tremende, così come era imbarazzante il disordine della stanza, che superava ogni freno imposto dalle solide strutture della casa. Monica frugò sotto il letto, quasi immergendo le mani nei rifiuti. Trovò cartoline, e lettere scritte con una penna multicolore. Le esaminò, senza aver timore di infrangere un riserbo che non le apparteneva più, e rise scoprendo i teneri concetti espressi da una piccola innamorata di Stefano. Era inconcepibile che già a quell’età viaggiassero nell’aria sentimenti così dolciastri; e quanto si sdilinquiva l’innocente compagna di banco, quanto a lungo descriveva i capelli dritti e biondi del suo amore! Ma un particolare emergeva, da quella nuvola glassata. Lei scriveva per chiedergli perché.
"Perché non mi fai più ascoltare le canzoni che scrivi? Perché le nascondi?" Monica respirò. Lui nascondeva qualcosa, dunque, qualcosa di importante. Bene; allora, dov’era lo scrigno segreto? L’attimo di sosta determinò una semplice constatazione: nella camera, il disordine si addensava intorno a un punto, là dove riposava un omino di legno, scheletrico e indifferente al vortice, per nulla utilizzato, inservibile. Ai suoi piedi erano gettati gli stessi vestiti che avrebbero dovuto restarvi appesi, e quel tratto caotico si rivelava all’improvviso il simbolo di una mancata profanazione, una dimenticanza apparentemente casuale. Monica si avventò sul legno chiaro, che assomigliava al materiale dei quadri svedesi, dove si attorcigliano i corpi alla ricerca di evoluzioni impossibili. Sollevandolo, si accorse che era troppo pesante, quasi avesse un’anima di ferro. E, seguendo ogni minima incavatura del pinocchio decapitato, scoprì una piccola fessura che, lavorata dalla sua unghia, si aprì. Rovesciando il tutto, caddero sul pavimento due fascicoli arrotolati l’uno nell’altro, come il cannocchiale di un bambino. Erano canzoni: erano molte, segnate sopra pentagrammi artigianali, costruiti tirando a biro righe quasi diritte, come fa un compositore ingenuo, o come farebbe un carcerato che sognasse musica. Purtroppo, Monica non sapeva leggere le note, e la calligrafia del fratello era quasi incomprensibile, inventando frasi strette e basse in cui si riconosceva, ogni tanto, una rima. Calore rimava con sapore, misfatto rimava con difetto e, in modo appena più inquietante, le notti corte rimavano con morte. Lei si addentrò fra i segni, intimorita, come un cieco che medita di fronte a un universo intatto. Si chiese se quelle leggi strane avevano in loro tanta forza da restare, ascoltando l’esplosione da lontano, trasformata in un suono addirittura bello. E gli abitanti del nuovo mondo avrebbero steso i loro panni ancora al sole, scossi appena un attimo dal vento, depurato dalle cattive scorie. "No, è un sogno. Moriremo tutti, e se qualcosa vivrà per qualche altro anno sarà solo per merito mio, perché solo io posso modificare il destino."
"Ho vinto. Ho vinto." Una voce squillante e convincente saliva dalle scale. Capì che la partita era finita, e che il padre aveva perso un’altra volta, pur essendo così bravo a giocare a scacchi, scacchi che erano il suo unico vero talento.
"Monica, non scendi? Vieni a festeggiare un bambino che ha vinto." Era dolce, in fondo, quella voce. Lei si trovò ad avere voglia di passare tutta la sera con il padre, per parlargli e spiegargli forse ogni cosa. Ripose con cura maliziosa i rotoli di carta striata nell’appendiabito così ingegnosamente vuoto, e scese, incrociando nel corridoio lo sguardo sospettoso del probabile Gershwin. Non doveva consumarsi così, no, assolutamente no. Tacendo, consentiva ai problemi di radunarsi accanto a lei.
A cena, ebbe il coraggio di chiedere al suo già assonnato genitore "Papà, che ne dici di accompagnarmi a fare un giro in città? È una bella notte."
"Sì, Franco, accontentala. È tanto che non passeggiate insieme."
Lui le guardò, terrorizzato. Sospettava che fosse tutto un trucco per costringerlo a nuove confessioni, per spingerlo a ritornare dentro una zona accuratamente recintata. Ma non poteva rifiutare. Monica, mentre guidava un’automobile docile e calma che avrebbe rassicurato con la sua andatura automatica anche il traumatizzato più grave, si domandò se il padre, che aveva qualche nozione di medicina, sarebbe riuscito a prestare aiuto a una massa di vittime agonizzanti. Immaginò la pelle di donne sbranate dal fuoco, e capelli sporchi di terra radioattiva, lamenti, urla attutite.
"Papà, tu sei in grado di curare un ferito?"
"Certo, cara. Se ti ricordi, sono stato a quel corso..."
"Tu avresti il coraggio di curarlo?"
Il padre annuì, perplesso, ritirandosi subito a studiare la striscia di panorama che si intravedeva dal finestrino. Monica si accorse di aver commesso un errore: proprio frequentando il famoso corso lui aveva conosciuto la ragazza che era divenuta sua amante.
"Era tanto bella, papà?"
"Chi?"
"Quella ragazza."
Lui allora la sorprese, nella sua brutalità spontanea. "Questi non sono fatti che ti devono riguardare. Bisogna lasciare a un uomo il tempo dei suoi sentimenti."
Parcheggiarono la macchina in mezzo a una grande piazza asfaltata; lontano, apparivano edifici dai grandi muri alti, un poco sbrecciati. Iniziò a piovere, e loro si affannarono a raggiungere un portico, senza tentare nemmeno di ripararsi usando quei vestiti così abbondanti, che tutti compravano per dimostrare ricchezza. Il marciapiede era scivoloso, e niente più restava da dire. Monica assisteva a quella scena, ma ne vedeva in parallelo molte altre, che la costringevano a ricordare un film di fantascienza, quando la terra viene invasa dagli alieni, da astronavi che urtano con indifferenza la Torre Eiffel e la fanno crollare.
"Non dovresti abbandonarti alla fantasia, figlia mia" disse il padre, e sparì all’interno di un bar. Lei era felice che l’acqua scrosciasse ormai fra i suoi capelli, obbligandola a cercare una soluzione diversa da quel bar, correndo verso luci distanti. Dimenticando completamente di non essere sola, spinta da un’assoluta volontà di oblio, aprì la porta di una sala: era immersa in un chiarore bianco. Era un arsenale di videogiochi, scatole nere che radunavano gruppi di ragazzi in jeans, affascinati dallo spettacolo. Due rumori prevalevano: i battiti sonori che segnalavano gli errori e le catastrofi elettroniche, e il tintinnare di monete da cento buttate di mano in mano. Monica si accostò a una delle postazioni e rimase quasi offesa accorgendosi che nessun maschio (solo uomini, in quella stanza) volgeva lo sguardo a considerare la sua bellezza fradicia. Pensò "Siamo noi donne ad averli costretti così. Loro non hanno retto, e adesso fanno finta di ignorarci." Il ragazzo che manovrava con intensità folle la manopola del videogioco (una Formula uno correva nella giungla e superava i torrenti, devastando gli accampamenti degli indios e tranciando le code di pappagalli multicolori), quel ragazzo era davvero carino e si dimenava in modo da suggerire un altro uso della sua forza. Ma, bilanciando subito l’inconsueta avance mentale, lei concluse che non poteva permettere a suo fratello di finire in posti simili, e regalare la sua vita a lustrini semoventi. "Lo devo scuotere, finché sono in tempo. Gli altri suoi amici meritano la catastrofe, ma non lui."
L’indomani, alle otto di mattina, fermò Stefano mentre, assonnato, cercava di guadagnare il bagno. "Ascolta, voglio parlarti di un problema molto importante."
Si chiusero nello sgabuzzino, incuranti dei richiami prima infastiditi e poi nervosi della madre. "Ho visto le tue canzoni. Cosa intendi farne?"
Il viso del ragazzo arrossì, e i suoi occhi si nascosero tentando di impedire che l’emozione trapelasse. "Non sono cose che ti riguardano."
"Mi riguardano, invece. Per una ragione che ora non ti posso spiegare, è assolutamente necessario che qualcuno ti aiuti. Le tue canzoni devono essere suonate." Dovevano, prima che arrivasse l’annuncio della guerra, e tutti pensassero ad altre cose, e un talento ancora fragile venisse sopraffatto, deviato.
"Monica, secondo me stai diventando matta."
La rabbia la costrinse quasi a piangere. I vecchi mobili dello sgabuzzino attutivano appena lo scontro."Sei solo un piccolo testardo. Renditi conto di questo: con il tuo consenso o senza, io riuscirò a farti diventare famoso."
"Famoso? E che bisogno c’è?"
"Perché componi musica? Per esprimerti, perché vuoi che le tue parole siano sulla bocca di tutti."
"No, sbagli. Lo faccio semplicemente perché mi piace."
"E allora sei anche stupido." Se ne andò, sbattendo la porta.
Due giorni dopo, il piano aveva già preso forma. Il piano ruotava intorno a un argomento fondamentale, l’esistenza nella città vicina di una casa discografica abbastanza importante. Quella realtà le sembrò magica, riunendo l’opportunità a uno scopo. Rubò i manoscritti del fratello e si allontanò annunciando ai genitori che andava a trovare un’amica imprecisata. Per essere più efficiente e sicura dei propri mezzi noleggiò una macchina rossa presso un ufficio dal nome che evocava il sangue. Ma per un attimo si fermò, lungo la via, considerando l’intreccio dei raccordi dell’autostrada, domandandosi se una civiltà futura avrebbe riconosciuto nei frammenti di asfalto qualcosa di simile all’arte. Dicendo a se stessa che l’arte non c’era, ripartì tranquillamente.
Passarono forse alcune notti. Il tempo iniziava a restringersi, i suoi bordi non apparivano più così distanti. Monica lottava per non essere vinta dai ricordi: anche gli eventi più trascurabili si presentavano alla sua attenzione chiedendo d’essere esaminati, soppesati, giudicati. Iniziò a mangiare pasticche che la pubblicità indicava come generose dispensatrici di memoria, e l’insonnia già latente guadagnò terreno, mentre incubi variopinti la spaventavano, nel motel dove dormiva.
Il 30 settembre raggiunse la hall della casa discografica, moquettata e soffice. Aveva individuato l’uomo giusto, l’uomo che poteva facilitare enormemente il compito; fingendosi giornalista, aspettava l’ora dell’appuntamento. "Signorina, mi segua." I pulsanti dell’ascensore erano simili ai bottoni della camicia della sua accompagnatrice, una florida ragazza di campagna, dalle gote lucide e accentuate dal trucco. Il trentesimo piano si aprì davanti a lei, come un limbo tecnologico di riposo apparente.
"È sempre un piacere essere intervistato da una donna affascinante." Il dirigente era fatuo, compiaciuto per i suoi quarant’anni in ascesa, stempiato e abbronzato, con due grandi occhi azzurri vuoti, un azzurro spento che non rifletteva abbastanza. "Mi dica, dunque. Cosa vuole sapere?"
Lei, aprendo la borsetta, fece scattare il registratore. "C’è una domanda che mi viene sempre in mente. Come si comporterebbe, lei, se scoprisse che questo è l’ultimo giorno della sua vita?"
Un sorriso. "Sicuramente la inviterei a cena."
"Questo è gentile. Ma cosa, ancora?"
Lui si alzò, sfilando lungo la vetrata, scegliendo d’essere in controluce per dominare meglio chi l’intervistava. "Credo che chiamerei il notaio per controllare il testamento, andrei a giocare a calcio con mio figlio e cercherei di terminare il progetto più importante."
"Un disco?"
"Sì, il disco migliore, il più difficile da curare."
"E poi?"
Rise. "Poi mi ucciderei, buttandomi giù da questo grattacielo."
"Un gesto drammatico. Potrebbe compromettere la sua reputazione."
"La reputazione conta poco. Contano i contratti, le cose finite." Si era avvicinato, lentamente.
Monica aveva visto giusto, pensando che il suo punto debole era il desiderio di piacere. Un desiderio abbastanza simpatico, tuttavia, non disgiunto da un certo interesse maschile per la vita intera. "Lei si occupa anche di giovani talenti?"
"Di tanto in tanto. Lascio che i giovani talenti crescano; non mi fido del genio precoce."
"Forse perché non le somiglia." Questa battuta imprevedibilmente polemica costrinse il dirigente ad affrettare i tempi.
"Accetta l’invito? Di notte, riuscirò a spiegare meglio come sono."
Monica rispose, guardando il pesce che si dondolava al sole, ancora guizzante: "Sì, d’accordo. Per domani sera."
Ma c’era tutta la notte da passare. Il piano sembrava semplice: sedurre il funzionario, farci l’amore, e strappare infine una promessa di lettura delle canzoni. Questo doveva bastare. Monica aveva fiducia assoluta nella forza del genio del fratello, e lo sguardo di una persona competente avrebbe riconosciuto subito un grande talento in fiore. E lei, dopo aver messo in moto il meccanismo, sarebbe partita in volo verso qualche luogo agli antipodi, dove rimanere coinvolta dalla catastrofe, sperando che questa risparmiasse il mondo occidentale. Nella stanza del motel, Monica esaminò l’atlante che aveva comprato il giorno prima. L’Oceania le appariva un luogo abbastanza diviso e lontano; si poteva sperare che le bombe esplodessero per un incidente, per un esperimento sbagliato, o troppo esatto. Ma quante isole, nell’oceano sconfinato! Le Nuove Ebridi, le Isole Samoa, le Marshall, le Caroline, le Isole della Fenice... Un viaggio tropicale avrebbe regalato alla sua pelle un’abbronzatura dorata, prima della morte, e ai suoi occhi il privilegio di assistere a una magnifica aurora contro natura, là sul mare, tra nuvole spaventate e uragani in formazione, già annichiliti dalla pioggia di particelle strane. Un turbine di infinitesimali chicchi di materia, spezzati miliardi di volte, colorati, ma di un colore invisibile agli occhi. E gli uomini avrebbero pensato "Di questo siamo fatti" prima di disperdersi, come mai prima. Solo il particolare della pistola, e lei che minacciava qualcuno, e quel calendario in italiano, solo la somma di questi fatti contrastanti la turbava ancora. Ma si ripeteva che avrebbe ricostruito quel che mancava, manovrando il caso fino ai suoi margini estremi.
Accese per insonnia il televisore, nello stretto e squallido rifugio dove era costretta a rimanere. A causa dell’ora già tarda, la sequenza dei canali rimandava solo righe, nemmeno molto ipnotiche. Talvolta, dal fiume di puntini grigi e bianchi emergeva l’ombra di un’annunciatrice, o due ombre si abbracciavano, nude, interpretando un film tanto erotico quanto un gelato sciolto, senza più definizione. Da quel torrente di immagini corrotte una voce poteva di nuovo urlare un presagio. Ma la frequenza del telegiornale di un’emittente locale si stabilizzò momentaneamente, e un signore calvo e barbuto incominciò a incasellare notizie, usando un accento greve, un dialetto che si impastava di consuetudini da dimenticare subito. "Ancora misterioso il delitto della corriera, mentre la polizia cerca di identificare i nomi dei passeggeri. La donna morta aveva settant’anni, e resta inspiegabile il motivo di un crimine così odioso. Probabilmente, un altro frutto delle parti malate della nostra società..."
Monica si spaventò. Aveva creduto che tutto sarebbe rimasto inosservato, che una vecchia morta nel sonno non avrebbe potuto scatenare un’indagine. Invece, la legge voleva trovare un colpevole. La legge precaria dei giorni che precedevano il fuoco, la legge ignara del destino, voleva ancora dimostrarsi forte. Il bigliettaio avrebbe confermato che una ragazza, seduta lì accanto, era sparita all’alba. E un calcolatore potentissimo avrebbe indagato su tutti i possibili recapiti di una viaggiatrice folle. Una macchina, simile a quelle che Monica aveva utilizzato per il suo lavoro, avrebbe scavato e scavato, fino a rintracciare una connessione probabile.
Allora, lei desiderò con violenza che ogni cosa si perdesse nel buio e, abbandonando il motel, passando accanto al portiere di notte addormentato, mentre il televisore ancora acceso spendeva in modo insensato il suo bagliore elettronico, camminò lungo una strada dritta. Mezzanotte era già trascorsa. Il vento freddo soffiava da montagne lontane, e spesso le stelle venivano nascoste da qualche presenza, forse una grande nuvola che gravitava minacciosa sulla città. Pensò "Non sono mai stata così stanca in vita mia. Ma non sono stanca fisicamente, anzi. Credo siano le pillole che mangio." Incrociava intanto gente molto strana. Tre donne vestite di nero, con capelli macchiati di rosso e guanti alle mani, procedevano parlottando; si spiegavano a gesti, come se non avessero deciso una lingua comune. Un’altra le seguiva, trascinando davanti a sé una carrozzella orlata di pizzo; dentro, dormiva un bambino molto bello e molto pallido. Un’auto dei carabinieri smentì le sensazioni sognanti; ma, sfiorando Monica, accese la sirena e, accelerando, scomparve. Lei non sapeva più a quale dio rivolgersi; automaticamente sezionò i settori della mente che le sembravano inservibili e, passo dopo passo, eliminò la vecchia uccisa, le ricerche, il lavoro antico, il padre e la madre. Sopravvissero l’arte, il fratello e il sesso. Ogni azione ritornò ad essere splendidamente leggera e le sue mosse divennero simili ai volteggi di un ballo.
La mattina dopo, entrò in un negozio di biancheria intima. La padrona era una giovane signora bionda, che accatastò con prontezza pacchi da cui uscivano tessuti raffinati. "Questo completo di seta è splendido. Se accetta un consiglio, non lo prenda per un uomo, ma solo per sé. Agli uomini non piacciono cose tanto preziose."
"Ma è sexy, anche."
"Sì, volendo."
"Lo compro. E anche queste calze, e queste altre."
Si presentò ancora alla ragazza dell’ascensore, mentre gli uffici della casa discografica si vuotavano e gli impiegati chiudevano dossier voluminosi con un sospiro di sollievo; si aggiustavano gli occhiali sul viso, e alcuni rimanevano incantati a guardare il tramonto. I vetri del grattacielo trasformavano la luce, polarizzandola in raggi metallici, tubi di rame che fendevano l’atmosfera condizionata. Monica, salendo, si dipinse il viso con il rossetto, e cercò di involgarire al massimo questo gesto calcando la punta rossa fino a rendere le labbra compatte, una guaina. La ragazza sembrava imperturbabile, tanto che Monica si divertì ad aggiustarsi una calza sulla coscia, tirandola con l’indice e il pollice, facendola schioccare.
"Senti, sono subito da te. Il tempo di firmare una procura." Avrebbe potuto assassinare anche lui, con un’arma qualsiasi, oppure aprendo la finestra per respirare, per fargli perdere l’equilibrio, per precipitarlo giù. Le piaceva l’idea d’essere una specie di killer angelica, disinteressata al fine ultimo delle azioni, scegliendo le vittime per sorteggio, indicandole con un dito, "Tu, tu, tu..." Questo pensiero la emozionò, eccitandola: era tanto simile all’amore poter decidere in un attimo il futuro, e sapere che tutte le forze del mondo volevano questo, e provocare un uomo solo per abbandonarlo, dopo, non limitandosi a rifiutarlo, ma consumandolo anzi. E fare questo con un sorriso, sbarazzandosi delle convenzioni. Distesa su un divanetto molto scomodo, Monica tese le gambe, scoprendo un’altra parte della materia sintetica e lucente delle calze nuove. Appoggiò una mano sul fianco, accorgendosi della pressione della pelle sulla sottana, mentre si creava una specie di movimento circolare eterno nel suo corpo. Lui la vide, e arrossì.
"Finalmente posso dimenticare il lavoro. Preferisci un ristorante? O vuoi mangiare qui?"
"Qui?"
"Sì. Guarda, dietro a questo pannello c’è un frigorifero." (Scostò il pannello, e apparve una lamiera argentea.) "E nel frigorifero ci sono tante cose." (Aprì: su piatti di ceramica, imperlata di gocce raffreddate, qualcuno aveva disposto fette di carne cruda, verdure, crostini di pane spalmati di paté.) "Che ne pensi?"
Lei disse "Qui va bene."
L’amore arrivò, fatalmente, prima che il pasto fosse terminato. Monica non ricordava chi per primo si era avvicinato all’altro, chi per primo aveva ceduto. Sapeva solo d’essere entrata in una sequenza di mosse esatte, che usavano una tale quantità di piacere accumulato da impedire una qualsiasi sosta. Il tempo si aprì, e in quel tempo iniziarono a mostrarsi di nuovo i presagi, dilatando i confini, quasi lei stesse facendo l’amore con l’universo intero, che le si concedeva prima di autodivorarsi. Parlavano, anche. Lei sussurrava: "Tu sei l’ultimo, l’ultimo." E lui, estasiato, si beava di questa presunta, imprevista unicità, sfidando il controllo supremo che quella donna sembrava possedere, terrorizzato quasi di planare sul fondo. Sudavano. Il divano, e lenzuola cadute inaspettatamente da qualche armadio, e il tavolo, il vetro freddo della finestra: ogni particolare apparteneva a loro, ogni particolare aveva vita solo per essere catturato nel gioco.
Finì, ripetutamente finì. Monica si addormentò credendo di svenire, e nelle ore che precedevano il risveglio sognò d’essere davanti a una porta chiusa, disperatamente tentando di forzarla. La porta cedeva, millimetro dopo millimetro.
"Sei stata fantastica. Ma sono le sei di mattina. Se non mi riposo un poco, domani crollerò sui fogli. Spero di rivederti in settimana." Monica si rivestì lentamente, notando in uno specchio la propria immagine ancora brillante, quasi l’incontro le fosse scivolato addosso senza nemmeno intaccare il suo rossetto. Era il momento di sfruttare la posizione di potere.
"Ci rivedremo certamente. Però, vorrei chiederti un favore."
"A tua disposizione."
"Mio fratello, un ragazzino, scrive canzoni. Vorrei che tu le guardassi per darmi un parere. Dobbiamo decidere se iscriverlo al Conservatorio."
"Molto volentieri. Ma il Conservatorio non è il posto giusto per un ragazzo che ha fantasia."
"Ecco, te ne dò qualcuna. Senza impegno, mi raccomando."
"Sarà un piacere. Chiamami, dopodomani."
"Sì."
Era una sensazione di vittoria, quella? Monica, tornando al motel, si fermò ad accarezzare un mazzo di fiori che spuntavano, selvaggi, dall’angolo di un prato. Erano bianchi, e un’ape continuava a immergersi fra le corolle, succhiando e risorgendo, incapace di trascurare il desiderio di cibo. Lei toccò i petali, felice del loro candore, e recise delicatamente un gambo; tornata nella sua stanza, che aveva chiuso a doppia mandata, riempì d’acqua un vaso affinché lo stelo svettasse, visibile dal letto.
Stava per rilassarsi, appoggiando la testa sul cuscino fresco, quando il telefono squillò. Sentì la voce del ragazzo che aveva amato, secoli prima, prima del tradimento. "Monica. Per fortuna sono riuscito a trovarti. Domani arrivo."
"Domani? Dove credi d’andare, domani?"
"Vengo a prenderti. Voglio vederti."
"Sì, tu vuoi. Ma tu non esisti più per me."
"Monica, come puoi dire una cosa simile? Io ti amo."
"Ah, mi ami. Mi fai solo ridere."
"Monica, ti prego. Devi perdonarmi, non riesco a stare senza di te. E sono preoccupato, perché so che stai facendo cose strane. Non puoi esserti dimenticata di noi, dei nostri progetti..."
"Addio. E non arrischiarti a venire."
"Monica!"
Lei bloccò la comunicazione, chiedendosi di chi fossero in realtà quelle parole incomprensibili. Ricordava tutto, infatti, ricordava di avere attraversato giorni sempre uguali, motivati unicamente da incontri ripetuti, e da baci molto lunghi che la saziavano appena. Si erano detti molte volte che si volevano bene, alternando in modo struggente momenti di grande silenzio e di grande noia a rapimenti improvvisi, cercando di immaginare altri mondi possibili, oltre a quello dove erano costretti a stare, quel mondo che aveva condotto lui a tradirla. Le sembrò che il vaso, davanti, si rompesse e il fiore crescesse a dismisura. Ogni allucinazione, d’altra parte, serviva, e forse per questo decise di chiamare Stefano.
"Fratellino? Ho appena fatto qualcosa per te."
"Monica, io davvero non ho bisogno del tuo aiuto. Lasciami perdere."
"Ho consegnato al dirigente di una casa discografica le tue canzoni. Adesso lui le giudicherà, e vedrai che fra poco inciderai un disco."
"Non stai scherzando, no?"
"Figurati. Non ho nessuna voglia di scherzare."
"Tu sei ammattita. Le mie composizioni non valgono ancora niente, è ancora troppo presto."
"Presto? E allora perché le hai scritte?"
"Monica, dimmi dove sei. Ti veniamo a salvare."
Aveva detto proprio così, salvare. Monica guardò il telefono con orrore. Sentiva d’essere simile alla madre di uno di quei piccoli volatili ingrati che, dopo aver imparato a mangiare, cominciano a beccare il ventre di chi li ha fatti nascere, e lo colpiscono con rabbia, finché il sangue non esce e la madre non urla di dolore. Pensavano dunque che fosse pazza, sapevano cose di lei che non avrebbero mai dovuto sapere; forse la polizia era già arrivata e li stava interrogando. "Da chi mi vuoi salvare? Rispondi!"
Aveva urlato, e la voce del fratello divenne ansiosa, flebile, preoccupata. "Non volevo... Ma tu ti comporti in un modo che noi non riusciamo a capire."
"Noi? E chi siete, voi?"
"Io... Siamo la mamma, il papà, io..."
"Sei davvero un ragazzino! Ma non ti rendi conto d’essere circondato da persone insignificanti, persone che hanno sempre chinato il capo? Non capisci che di questo non sopravviverà niente, niente, perché una cosa qualsiasi deve essere molto forte, se non vuole essere spazzata via da quello che sta arrivando?"
"Arrivando?"
"Sì. Oppure preferisci essere come il papà? Prima ha abbandonato la mamma e poi... Non è nemmeno riuscito a salvare il suo amore, e si è rifugiato nei sogni, sogni che sogna solo lui. No, di questo non può restare niente, niente."
Stefano stava piangendo. Monica non se ne accorse subito, continuando per qualche minuto il suo soliloquio sempre più duro, sempre meno accessibile. Infine, interpretando correttamente quel rumore già disperato, non trovò di meglio che abbassare bruscamente il ricevitore.
Le ore trascorsero senza lasciare traccia. Nel parco, una coppia di anziani signori passeggiava sulla ghiaia. Il vecchio sembrava in verità vecchissimo, alto, diritto, i capelli bianchi ancora in testa, un colorito scuro, un ciuffo non domato sulla fronte, l’occhio accecato e fiero, una fragilità immensa sostenuta da un residuo d’orgoglio. Stringeva un bastone di canna di bambù, sottilissimo, inadatto a reggere un qualunque peso, e spostava una gamba appresso all’altra, con un moto tanto lento da essere quasi eterno. Sua moglie si appoggiava a lui e intanto lo sosteneva; era piccola, curva, un volto buono che cercava minuzie per avanzare, e che talvolta si stupiva del tremito dell’aria, quasi meravigliandosi di non essere trascinata via dal vento, forse pensando che era ancora l’uomo a salvarla. Lui si fermò, d’un tratto, valutando gli alberi già ingialliti dal freddo, chiudendo altri bottoni del suo cappotto: si voltava ad ammirare un mondo che non poteva più offrirgli nulla. Lei allora gli fece cenno di proseguire, e i sassi minuscoli che stavano calpestando crepitarono ancora.
Monica attraversò i giardini compiangendo l’erba, le piante, i bruchi che correvano sui tronchi scegliendo comunque di disporsi in fila, consci nel loro cervello iperprogrammato che l’inverno li avrebbe distrutti, perché erano nati fuori stagione, residuo marginale di una razza estiva. Monica si bagnò la faccia con l’acqua di una fontanella gelida, e fu costretta a eliminare dalla mente il desiderio di un viaggio fra nevi che si sarebbero rovinosamente sciolte, in un panorama troppo caldo per consentire la persistenza di cristalli delicati. Uscì dal parco giurando a se stessa che si sarebbe dimenticata per sempre della natura: era troppo crudele vederla arrancare così, e continuare per sempre nel suo antico equilibrio.
Per contrasto, giunta al limite dell’ora dell’incontro definitivo, perduta in sentimenti ormai inesprimibili, scelse di visitare una piccola libreria dall’aspetto familiare. Il sole batteva contro gli scaffali rossi, proiettando sul suo viso l’ombra della scritta stampata sulla vetrina, assimilando il tutto a qualche scena di un dolce film di detective. Notò subito la sezione dedicata alla musica, rigonfia di spartiti di celebri firme, ma riuscì a trattenersi dallo sfogliarne uno, sapendo che in quel caso l’emozione l’avrebbe davvero travolta, riconoscendo i puntini che sfilavano come soldati impavidi, in riga. Il proprietario della libreria le sorrise in modo sinistro, e lei, per alleviare l’imbarazzo, aprì un grosso volume fitto di linee, privo di una qualsiasi immagine. Era il sunto di un’oscura filosofia occidentale che meritava davvero la morte. Abbracciando in un sol colpo le montagne di polvere che riposavano fra pagina e pagina, e si nutrivano di ogni pensiero innocente, catturandolo lì, sotto il sole, Monica sostò sulla porta spalancata. Cercava di sciogliersi fra gli odori, così che almeno dalla carta uscisse il profumo della colla, e le cose fossero meno ottusamente ordinate. Ma l’uomo disse "È tardi, signorina" e lei rispose "Sì, devo di nuovo andare."
Quando fu per la terza volta davanti all’ascensore che l’avrebbe trasportata nella magica stanza dove veniva ad annodarsi il suo futuro, smise di considerare la propria coscienza come una cosa viva.
Stranamente, le scrivanie erano già deserte, e la ragazza dei bottoni sembrava scomparsa. Toccò dunque a lei premere il tasto del trentesimo piano e vedere che si illuminava, mentre una piccola freccia verde puntava verso l’alto. La sequenza dei numeri progredì rapidamente, come una cerniera che dà strada a uno sguardo indiscreto. La stanza le apparve identica, eppure non completamente identica, quasi nei giorni precedenti si fosse prodotta una lieve mutazione e un particolare fosse emerso dall’ombra. Sentì che quel particolare era maligno, che era un trucco, un trucco a cui non si poteva sfuggire. Percorse il perimetro della camera, cercando gli angoli, sfiorando la superficie dei mobili, tentando di far scattare il meccanismo nascosto prima che questo la colpisse a tradimento.
Ma lui uscì dal bagno, interrompendo l’investigazione; la sua camicia era aperta, la sua faccia era coperta di schiuma, e un rasoio brillava vicino al mento. L’attimo di silenzio che trascorse fra loro fu eterno. Infine, Monica chiese: "È venuto qualcuno, qui?"
"Qualcuno? Certo, molta gente."
"È venuta forse una signora, una signora anziana?"
"Sì, la donna delle pulizie."
"No, non lei."
La guardò, abbastanza sconcertato. Era esitante, insicuro, quasi qualche elemento stesse sfuggendo alla sua razionalità, quasi si fosse inceppato un discorso già pronto, da servirsi caldo nell’ufficio vuoto. Lei fece un passo avanti.
"Perché non accendi qualche luce? Non si capisce più niente."
Lui annuì, immobile. Pensava alla grande lampada a stelo che in quell’esatto istante stava diffondendo la sua energia fra il soffitto e il pavimento, pensava al bagliore del neon nel bagno che si rifletteva dallo specchio invadendo lo spazio alle sue spalle, pensava al sole ancora tramontante, al sole che lo costringeva quasi a ripararsi. Per questo non si muoveva, valutando rapidamente la situazione che si era creata in modo tanto inatteso, in una serata che voleva essere semplicemente di svago.
"E mio fratello?" La voce di Monica era divenuta tagliente, definitiva, una lancetta che scatta, secondo dopo secondo, implacabile.
"Tuo fratello..."
"Sì. Devi darmi una risposta."
Lo vide sedersi con precauzione dietro al tavolo e maneggiare con noncuranza un tagliacarte. Esitava.
"Sì, tuo fratello... È bravino, senza dubbio."
"Bravino?"
"È meglio che si iscriva al Conservatorio. Imparerà un po’ di tecnica che adesso, naturalmente, gli manca."
"Quindi?"
"Quindi cosa?"
"Non intendi fargli incidere un disco?"
"Un disco?" Rise, nervosamente. "Ma no, tu scherzi. Ti prometto che fra qualche anno, se migliora ancora, lo chiamerò per un provino."
"Gli anni non esisteranno più."
"Come?"
"Anche tu non esisterai più."
Si alzò, mentre lei si avvicinava. Si appoggiò alla parete, a breve distanza da un apparecchio telefonico. Vicino alla sua testa c’era un quadro, e la schiuma scendeva dalla pelle al vetro del quadro, sporcandolo.
"Pulisciti."
"Ma... Dove?"
"Non è bello morire con la faccia sporca."
Monica disse così perché aveva scoperto il particolare spaventoso. Notò accanto alla manica bianca della camicia dell’uomo un calendario a foglietti, foglietti che si stavano precipitosamente staccando. E l’ultimo, quello che il vento non riusciva a strappare, rivelava un giorno esatto, il 10 ottobre. D’impulso lei congiunse le mani, formando con le dita la canna di una pistola pronta a sparare. La puntò contro il suo avversario, mentre nel mondo si scatenava l’inferno. Tutto era ormai perduto. Una sequenza di lampi assurdi, il muro che si sbriciolava, i mobili che ruotavano impazziti, un vortice che rapinava gli oggetti sciogliendoli, divorandoli, una pioggia di fuoco, un calore nemico che faceva esplodere il corpo in frammenti, deformando il volto in una terribile smorfia. Monica urlò, e l’urlo percorse il palazzo da cima a fondo.
La coppia restava in attesa, titubante, davanti alla vetrata. Si stringevano per farsi coraggio. Più in là, il ragazzino giocherellava con una corda, tirandola, annodandola e poi disfando i nodi con le sue unghie fragili. C’era caldo, e un signore in vestaglia passeggiava cercando di ammazzare il tempo. Sotto un piccolo crocefisso, un infermiere depositò due siringhe usate e una fleboclisi ancora piena. Il dottore, arrivando, si aggiustò gli occhiali sul naso, perplesso.
"Dottore, ci dica. Come sta nostra figlia?"
Il dottore si raschiò la gola con un colpo di tosse. "Non voglio nascondervi nulla. La crisi è stata superata, ma le sue condizioni mentali sono sempre gravi."
La madre si protese verso di lui, implorando un aiuto. "Ma come è possibile, come è stato possibile?"
"A volte, signora, nel nostro cervello dorme qualcosa che aspetta solo un’occasione per scatenarsi. Vostra figlia è in preda a un delirio schizoide, e solo gli psicofarmaci riescono a calmarla."
"E così, per sempre..."
"No. Speriamo che una cura adatta possa migliorare la situazione. Ma occorrerà molto, molto tempo e molto, molto amore."
Il padre piangeva. "È tutta colpa mia. L’ho trascurata, non mi sono accorto di cosa stava accadendo."
"No, non è colpa di nessuno. Ricordate, dovete starle vicino, se volete che faccia progressi. Giorno dopo giorno."
"Finché..."
"Non si può sapere, ma bisogna tentare. Ora andate a casa, a riposare. Vi chiamerò non appena potrete vederla."
Si spostarono, distrutti, camminando a stento verso l’uscita, resistendo all’idea di abbandonarla, sepolta nelle camere bianche, abbandonarla anche solo per un istante. La madre chiamò il figlio. "Stefano, vieni. Andiamo tutti a casa." Docilmente lui li seguì. E, una volta fuori, respirando l’aria fresca dell’autunno, accarezzando con la mano le foglie di un sempreverde, finalmente si decise a parlare.
"Mamma."
"Sì, tesoro?"
"Voglio riprendere a suonare."
"Bravo, fai bene."
"Chissà se a Monica piacerà ascoltare le mie canzoni. "
"Certo, tesoro. Sarà tanto contenta."
Stefano, durante il viaggio verso casa, continuò a immaginare note, note e parole. Si chiedeva cos’altro poteva fare per lei.
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