Il Duca di Atene

Quarantunesimo

C’era qualcosa in via Celesti che lo attirava; come in certi sogni, quando un oggetto ti afferra e ti trascina, e lo svolgersi quotidiano del tempo lascia spazio a un elemento isolato che, d’un tratto, rivela una forza terrificante.

Via Celesti era una strada storta e sghemba. Il fianco della chiesa scendeva inclinandosi verso sinistra; in fondo, una curva netta troncava lo scenario, duecento metri di asfalto senza marciapiede. Quella via era anche stretta, immersa nell’ombra, silenziosa, vuota.

Andrea cercò il numero della casa del professore e trovò una porta bassa, con un campanello di ottone annerito, senza nome. Suonò, ma non ottenne risposta. Suonò molte volte, quasi con disperazione; infine si sentì respinto, come se parlasse a una donna che non gli dava ascolto.

"Maledizione, non si apre. Forse questa porta vuole dimostrare che sono venuto fin qui per nulla." Tamburellava con le dita contro gli occhiali da sole. Era deluso, ma ripeteva ostinatamente: "Devo insistere, a ogni costo."

Tentava di capire il motivo che lo spingeva a restare nella strada di un paesino qualsiasi; gli veniva in mente una sola parola, armonia.

"Armonia. Che c’è di armonioso in questa situazione? Certo, i fiori sulle finestre sono belli, un vento leggero porta il loro profumo, merli e passerotti cantano da cortili nascosti; è una piacevole cartolina primaverile. No, le mie aspirazioni sono altre, il mio desiderio è diverso. Sogno uno stato di quiete che non sia turbato da nulla, una zattera sul mare placido e calmo, un rifugio scavato dentro una caverna fresca, che arriva fino al centro della terra. L’assoluto, contemplarlo così, ammirando un paesaggio dipinto con un solo colore, steso direttamente sul foglio, senza disegno."

C’era forse qualcuno in chiesa, che gli sapesse spiegare le abitudini del professore, e se ancora abitava in via Celesti? Andrea attraversò la via, pensando che la fessura tra lo stipite e il battente che ora vedeva sul portale fosse un invito a non perdersi d’animo.

Entrando, rabbrividì; lo sbalzo di temperatura era tale da fargli credere d’essere penetrato davvero nelle viscere del pianeta. La navata era spoglia, intonacata di un bianco severo; risaltavano i poveri ornamenti delle quattro cappelle, due su un lato e due sull’altro. Al centro stava l’altare, un rettangolo di marmo lucido, evidentemente nuovo. Contrastavano con l’antica sobrietà del luogo alcuni avvisi chiassosi, pubblicitari; erano opuscoli illustrati da enormi croci rosse e gialle, e grandi rondini su sfondo azzurro, manifesti adorni di preghiere a madre Teresa di Calcutta, annunci di riunioni estemporanee. Andrea avanzava verso l’abside chiedendosi chi mai poteva leggere quelle cose. Sulle panche non c’era nessun fedele, né il prete si apprestava a dire messa; tutto assomigliava a un sepolcro scoperchiato, una tomba senza cadavere, resa asettica da qualche mano di calce.

Giunse all’altezza del transetto e si fermò. Pensava al fantasma, al fantasma fuggito che si nascondeva, e restava a spiarlo sospeso sui tetti. Senza di lui il giorno era ancora normale; svaniva, nella chiesa, l’attesa del miracolo.

"Ora esco, perché qui non troverò nulla."

Un pipistrello scese volando da una feritoia nascosta. Percorse con ampi giri e morbide virate le pareti ma, invece di posarsi, aumentò la sua velocità, continuando a planare lungo la navata. Stava impazzendo, era un isterico punto nero alla ricerca vana di un’uscita, quasi che il fumo sottile delle poche candele accese lo irritasse, e l’incenso fosse un pungolo capace di renderlo avido, pericoloso, robusto.

"I pipistrelli non dovrebbero vivere in chiesa, è contro il buon gusto. Forse dormiva sotto la capriata e io l’ho svegliato, camminando verso l’altare."

Due pipistrelli. Adesso erano due, e intrecciavano il loro andirivieni scomposto, gettandosi l’uno contro l’altro come due bestie in lotta; ma all’ultimo istante, guidati da un radar cieco, scartavano bruscamente, allontanandosi e curvando. Poi riprendevano la corsa, ancora nemici.

"Fanno paura. Possono impigliarsi nei capelli, strapparli." Uno dei pipistrelli si buttò con rabbia contro la base polverosa della cupola, là dove un grosso cornicione nascondeva all’occhio una striscia di muro.

Andrea udì uno stridio formato da molti suoni: l’animale si era infilato in un nido abitato da una famiglia di suoi simili. Una dozzina di esseri alati si alzarono urlando, avvitando i loro corpi intorno all’invasore, cercando di colpire il suo ventre. Fu una battaglia furiosa ma impari. Il primo pipistrello cadde morto ai piedi di Andrea, che vide il sangue grigio e rosso striare il muso e le ali, la gola squarciata e le zampe spaccate. Si voltò, temendo che il suo stomaco non reggesse a tanto.

Solo allora si accorse che si era avvicinato un ometto. Gli stava chiedendo, gentilmente, "Mi cercava? Il mio campanello è rotto, mi scusi. Mi cercava?"

...

Andrea

Lettura consueta

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