Il Duca di Atene

Venticinquesimo

L'incontro iniziò nel migliore dei modi.

Barbara disse, accettando la stretta di mano, "Sono lieta di fare la sua conoscenza. Ho sentito molto parlare di lei."

"Di me? La ringrazio, ma non credo d'essere così importante."

"Lasci che sia io a giudicare. Vogliamo accomodarci?"

Salvati usava un tono che sembrava franco. Era la sua maniera di illudere gli altri, fingendo che tutto potesse diventare facile. Barbara cercava di metterlo a suo agio, trattandolo come un ospite di riguardo. Lui sorrideva, serafico, senza mostrare alcun imbarazzo. Sapeva certo come affrontare qualsiasi tipo di conversazione.

"È un palazzo splendido. Non mi intendo d'arte, ma sono ugualmente impressionato. Immagino che per lei ogni quadro sia come una persona, una persona invisibile. Il suo patrimonio sarebbe la fortuna di molti studiosi."

Barbara era compiaciuta. "Tutti quelli che chiedono gentilmente di visitare la casa hanno presto il mio permesso. Purtroppo, pochi uomini sono cortesi. Io sono costretta a proteggermi."

Salvati capì che l'argomento confinava con territori molto vasti e pericolosi. Poiché non era il momento di scavare con le parole alla ricerca dei destini degli Almonti, decise di evitare altri accenni indiscreti.

Continuò, seguendo un sentiero diverso: "Lei non mi ha invitato solo per i suoi tesori."

In risposta, un sorriso lieve. "I tesori, più tardi. Tra poco le proporrò un affare. Ma non si inquieti."

Qualcosa stava scattando. "Mi creda, lei non potrebbe mai inquietarmi."

"No, ovviamente. Andiamo a pranzo."

"Con piacere."

Salvati pensò durante tutto il pranzo alla natura della proposta misteriosa, rimandando di portata in portata la domanda risolutiva. Infine, quando il dolce giunse a coronare l'ottimo pasto, osservò con calma il babà scintillare nel suo vestito di glassa e disse "Parli senza timore, signora Almonti. Sono qui proprio per ascoltare."

Barbara scivolò senza scosse da un discorso generico al problema fondamentale. "Lei è proprietario di una pensione. È molto accogliente, mi hanno riferito."

"Sì, accogliente."

"Vorrei comprarla."

Se Salvati fosse riuscito a impallidire, così avrebbe reagito. Una strana sensazione aveva preso il sopravvento, e questo lo angosciava. Forse qualcuno si era avvicinato troppo a una porta nascosta. Ostentò tranquillità.

"Mi spiace, non è in vendita. La pensione è la base di tutte le mie attività. Con lei ho un legame quasi morboso. Penso potrà capirmi. Anche la sua vita è fatta di queste cose."

Si difendeva con ordine, ma Barbara non si ritirò. "Non pretendo che la cessione avvenga subito, mi basta sia perfezionata entro l'anno. Offro una cifra alta. Secondo le valutazioni dei miei esperti l'edificio vale nove miliardi, tenuto conto dell'avviamento alberghiero. Io le darò dieci miliardi, aggiungendo alcune opere della mia raccolta, a sua discrezione. Sarà un piccolo regalo personale. Non mi interessa l'albergo. Lei sarà libero di trasferire la sua attività altrove, sotto lo stesso nome."

Salvati veniva attaccato nel suo lato più esposto. Tentò una manovra diversiva. "Le devo confermare il mio no. Ma vorrei conoscere i motivi di questo interesse improvviso."

Lei corrugò la fronte come una bambina che sta perdendo la pazienza.

"Le basti questo. Voglio un museo che contenga tutto quello che ho, e il suo palazzo mi sembra adatto."

Salvati era terrorizzato dall'idea di perdere le sue fanciulle in cambio di una collezione di tele sporche. Inoltre, lo stupiva l'ostinazione sottintesa nella richiesta. Benché ribattere fosse difficile, occorreva però rispondere qualcosa, evitando che il silenzio suonasse come un tacito assenso.

"Le avevo promesso di ascoltare con attenzione. Il mio rifiuto è quasi certo, ma lascerò trascorrere qualche giorno per esaminare meglio il problema."

Barbara non sembrava più la signora gentile, dall'espressione stanca, che lo aveva accolto con il garbo delle nobildonne dei telefilm, accennando alla propria ricchezza senza mai farla scendere in campo. Il suo viso appariva scavato da un'ombra avida e la forza dello sguardo svelava un carattere quasi terribile. Parlò, appoggiando le frasi l'una sull'altra.

"Speravo in un rapporto migliore. Comprendo la sua posizione ma non l'apprezzo."

Salvati era davvero turbato. Intuiva che per uno strano caso un mondo assolutamente nuovo era in attesa. Un mondo terribile che non gli avrebbe perdonato nulla, aggredendo i suoi intrecci segreti. Il terreno era molle e sdrucciolevole, ovunque erano sepolte trappole, e un istinto ferino ispirava la padrona di quel giardino.

Disse, alzando le mani quasi a proteggere il corpo, "Non intendevo contrariarla. Prometto di chiamarla presto. Intanto, se non ha più bisogno di me, la vorrei salutare. Vedrò i quadri in un'altra occasione."

Un respiro e ancora, seccamente, "Buongiorno. Aspetto."

...

Barbara Almonti

Enrico Salvati

Lettura consueta

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